venerdì 27 aprile 2012

"Concessione edilizia". . . . per costruirsi la vita . . .





Ho letto , nel blog di Lidia Ravera,  una lettera scritta da una giovane donna di 37 anni, Sara Ventroni, che rivendica ad alta voce, per lei e per tutte le donne della sua generazione, il diritto di potersi costruire una vita.


Lidia Ravera la introduce con queste parole. . . .
". . .  Sara viene trattata da giovane e se ne irrita.  Dice :  ho 37 anni e la ricrescita, piantatela di inventarmi ragazza. . .  Sull'essere ragazza dice anche altro. La sua lettera mi ha colpita molto. Le ho risposto affannosamente , tristemente  , ma soprattutto vorrei che fosse letta e meditata. . . . "


A mio modo di vedere, questa lettera riassume in modo lucido ed incisivo la condizione delle ragazze di oggi. . . .eccola . . .


".......Non abbiamo bisogno di consolazione ma di vita riconosciuta, nei tempi che cambiano.
Non abbiamo bisogno di pietà ma di tempo sensato, di corpo pieno. Abbiamo bisogno di fermarci se siamo malate, di figli se li vogliamo, di ferie anche a Ostia, di stipendi per arrivare a fine mese. Abbiamo bisogno di progetti, anche piccoli.
Su tutto: abbiamo bisogno di sentirci in diritto di progettare.
Abbiamo bisogno di uscire a testa alta dall’eterno presente di un corpomente efficiente, infrangibile, cui tutti attingono senza vergogna pubblica.
Non abbiamo bisogno di consolazione.
Siamo affamate di parole indignate, arrabbiate, lucide; siamo in cerca di un senso dove questo senso manca: nella politica e nel lavoro.
Vogliamo parole capaci di portare il segno di questi tempi.
Non vogliamo parole usate. Scariche.
Non vogliamo preghiere, nemmeno quelle laiche.
E non vogliamo benedizioni.
Non ci servono le metafore. Sono inservibili.
Il vostro dialogo delle somiglianze ci indebolisce.
Siamo diverse. Sono tempi diversi.
Sono tempi che possono parlarsi e capirsi solo nella differenza.
Noi vi abbiamo ascoltate, studiate e capite.
Ora ascoltate voi. Comprendete.
Occorre essere precise, per capire.
Per farci compagne, tocca essere lucide: comprendere le differenze dei tempi in sorte, di là delle volontà individuali.
Allora perché dite, perché continuate a dire: ”io lo so, anche io come te… “
Tu non sei come me.
Ascolta.
Tempo. Corpo. Lavoro. Denaro. Casa. Fame. Testa. Madre. Malattia. Ho fame di diritti. Ho fame di scelta.
Non sono parole delle sottoproletarie. Sono parole di donne. Tutte.
Solo queste parole ci salvano, se le incarniamo sui nostri corpi fertili, sui tempi di oggi, sui salari di oggi, sulla vita di oggi.
Non voglio più sentire discorsi di vite bohémienne.
Sono racconti individuali, non personali. Io ho bisogno di un corpo collettivo di donne.
Oggi c’è chi scende negli inferi della bohéme per dare un senso al caos. Oggi c’è chi si perde nel senso di colpa di una propria inadeguatezza alla vita.
Ma invece avrebbe solo bisogno di una parola, di politica.
Allora l’eccezionale diventa consolazione. La sregolatezza uno stile di vita. Uno stile, in mancanza di altro.
Parlo per me e per milioni di donne che al mattino guardano nell’abisso e pensano: e se mi butto?
Sto per buttarmi.
No, alle sette c’è la presentazione di un libro. Vado.
Ho tempo anche domani per buttarmi. Ho un progetto per il futuro.
Per immaginare l’unica cosa creativa: un funerale laico, dove cantare je ne regrette rien.
Non è retorica.
Il futuro forte dei miei diritti (individuali) si riduce a dire: non voglio una messa.
Non voglio essere attaccata a una macchina, in caso di stato vegetativo.
Per il resto, che futuro puoi progettare, se il tuo desiderio è tenuto in prigione dalla tirannia del bisogno materiale? Se il tuo io non diventa un noi?
Non tutte le donne hanno risorse mentali infinite. Anche le più ricche, le più istruite, le più complesse, sono esaurite. Il tempio di Salome è sventrato. Non c’è più oro. Abbiamo mangiato le unghie.
Siamo alla diaspora.
Non voglio - o meglio: mi rifiuto – di sentire le vostre sirene scanzonate di gioventù: siamo alla new age, dove tutto si tiene perché le donne hanno il privilegio di comprendere, e presiedere, al mistero della vita e della morte, al privilegio della creazione?
Questo stile di pensiero significa: di che hai paura? Noi donne siamo onnipotenti, abbiamo risorse infinite.
Rifiuto questo spiritualismo.
Queste frottole consolatorie.
Ho fame di politica.
Io voglio parlare per le donne che non hanno forza, che non sono creative, che non hanno risorse, che non sono sublimi. Che non sono e non saranno madri.
Non credo al “credi in te, respira col diaframma”, oppure: “anch’io alla tua età avevo una vita incerta e sbarazzina”.
Ringrazio la grande madre Alessandra (come ogni madre, è inadeguata ai tempi della figlia; molte più adeguate le nonne…) perché mi dà l’abbrivio per dire che no: allora non capite. Perché ci volete consolare?
Così non ci siamo. Non vi incontro. Me ne vado.
Qui stiamo parlando di una generazione che non ha carte da giocare.
Una generazione che riceve paghette al posto di salari.
Una generazione che vive in un paese dove l’affitto è il doppio dell’entrata mensile (se c’è).
Perché devo ripeterlo? Eppure siamo cresciute, molte di noi, a pane e materialismo storico.
E invece siamo all’Ottocento. Peggio: noi, se perdiamo lavoro, non abbiamo nemmeno lo statuto di “donne licenziate”. Non esistiamo per il diritto, non esistiamo per la vita.
Ma non ci lamentiamo. Il nostro lavoro, per ora, è farci capire.
C’è stato un tempo in cui l’Italia aveva una sembianza di equità.
La nazione cresceva; crescevano tutti.
Se avevi speso dieci anni nello studio, potevi insegnare.
Se volevi una casa, potevi risparmiare e acquistarla.
Se lavoravi tutto l’anno, avevi diritti a 15 giorni di ferie.
Se ti ammalavi avevi tempo per curarti.
Che banalità?
Meglio una vita inimitabile?
Quando Alessandra viveva, giovane, la sua vita creativa, altre donne erano insegnanti con stipendio pieno; commesse, parrucchiere, impiegate delle poste, ricercatrici, ostetriche; un affitto non costava due milioni e mezzo di lire, lo stipendio non era di cinquecentomila lire, tua cugina che voleva mettere su famiglia non aveva un contratto da trecentomila lire al mese come commessa del supermercato; tua sorella non guadagnava tremila lire all’ora come medico, la tua migliore amica (laureata in filosofia, master a New York, diplomata al conservatorio) non era costretta a fare l’assistente igienista di un dentista , e a quasi quarant’anni, vivere con mamma e papà.
Io non cerco consolazione ma comprensione. E compagne di lotta.
La mia vita è spericolata, ma la vorrei più tranquilla.
Ho trentasette anni e me ne sento novanta. Una novantenne rivoluzionaria.
Forse perché so che so che la mia generazione non sarà testimone di nessuna rivoluzione.....   "


E questa è la risposta di Lidia Ravera. . . . 
Cara Sara,care figlie ipotetiche, simboliche. Possibili.
Magnifica fatica starvi sedute accanto. Né sopra né sotto. A rompere il codice mediocre della contrapposizione generazionale femminile, a boicottare le barzellette maschili. Una da cinquanta, due da venticinque, cose così. Voi, a presentare il conto. Corpi, teste, soldi. Figli. Diritti. Futuro. Magnifica fatica lasciarsi invadere dalla vostra rabbia. Riconoscere la passione, che come ogni passione si nutre di urgenza. Condividerla. Anche tacere. Lezioni di presente, quelle che impartisce Sara: confesso che le soffro. Anche se, in definitiva, sono per il mio bene. Sberle preziose, che svegliano dal sonno della recriminazione. Le soffro perché misurano la nostra impotenza. Noi: le nate prima. Quelle che hanno detto… che hanno fatto… che hanno creduto… Io non so trafficare con la memoria, non a vantaggio della mia idea di me. Tutto sta precipitando se donne come Sara, come Sofia, come Sara piccola sono costrette a restare ragazze, al di là dell’epica della scapigliatura, come se la loro vita non fosse terreno edificabile, e dovessero tenersela così… costrette a giocare in giardino. Empatia canaglia. Ti lascia lì, a sim-patizzare, cioè a soffrire insieme. Invece ci vorrebbe un colpo di reni. Un’idea politica. Concreta e pesante, cioè capace di pesare. Certo che Sara dovrebbe scrivere un libro. Ma a che cosa servono i libri se non ad allargare il cerchio della condivisione? Perché la società è diventata immobile? Che cosa ostruisce gli sbocchi? Come si fa a non farsi inghiottire da queste acque basse e stagnanti, fangose? E’ sufficiente prendersi per mano? E’ necessario, ma non è sufficiente
  1. Ed io, da parte mia questo dico  . . . .

    Sara, condivido tutta la tua rabbia . . . la tua lettera mi fa stare male . . . la tua lucidità . . . il tuo urlo mi devasta . . . io faccio parte della schiera de . . . " le nate prima " . . mi sento con le spalle al muro e con la bocca muta.

    ". . .  costrette a restare ragazze , al di là dell'epica della scapigliatura , come se la loro vita non fosse terreno edificabile e dovessero tenersela così . . . costrette a giocare in giardino . . . "

    Lidia , questa tua osservazione è la sintesi del presente delle nostre ragazze,  calza a pennello , purtroppo , anche su quello di mia figlia e anche a lei non so più che dire !!!

    In questo momento faccio davvero fatica ad essere ottimista, ma vi assicuro , comunque , non sono ancora sconfitta . . .  quello mai  !!!!

1 commento:

  1. Cherie ....questa rassegnazione fa paura ....mi portavo via l'80% dello stipendio....e va bé....non c'è più il posto fisso.....e va bé mi adatto......scusi lei è fidanzata? ....mille volte me l'hanno chiesto durante i colloqui ma voglio sapere se lo chiedono anche agli uomini....carriera? tutti i dirigenti sono uomini....i politici? pensano solo ai loro interessi.....l'unica salvezza? rivoluzione civile...basta abbassare la testa .....basta farci calpestare.....BASTAAAA !!!!!
    Dì a tua figlia che lei è nel giusto e tutto il resto del mondo che è sbagliato .....forza ragazze !!!! se molliamo qui ci pestano come zerbini !!!! dille di aggrapparsi ai suoi sogni e di non atterrare per scendere a compromessi ....io tifo per lei e per tutte le Sare del mondo !!!! Athy

    RispondiElimina